Gerhard Roth, Orkus Reise zu den Toten, 2011, Fischer Verlag

 

 

Amore e sfida legano Jenny Feldmann alla cultura austriaca e a quella Vienna in cui ha tessuto profondi legami d’arte e di vita. Sognante e  accanita incalza la pagina scritta dei grandi autori del suo Paese, perché si faccia visione, trascinate e attuale  e si sottragga alla fissità corrotta della storia e  alla ragionevolezza che tutto rende vuoto ed omogeneo.

Jenny Feldmann non ama i confini, nella sua vita che la ha portata in Oriente e in Occidente, come nella sua arte che ignora i formalismi  e insegue invece il flusso delle emozioni, in un vibrato che illumina i suoi quadri di squarci inaspettati di tempi trascinanti. Astratta e figurativa, espressionista e ricca di sperimentazioni materiche, la sua pittura visionaria e tecnica  la porta a confrontarsi con le altre arti in un dialogo fitto che pone al centro la ribellione all’ordine strumentale della vita e la ricerca intransigente di libertà e verità.

 

E’ il dialogo con Canetti che la ha condotta a Roma per la prima volta. Si celebrava l’autore che aveva fatto della resistenza alla morte e della ribellione all’ordine alienante delle cose una missione radicale e Jenny Feldmann ha letto con empatia le sue speranze e le sue paure proponendo immagini dell’autore e scorci di Marrakesh che si ripetevano in fogge e colori sempre diversi con uno spostamento semantico e figurale che invitava alla trasfigurazione e al movimento. Anni dopo, la Kakania musiliana è stata il filo rosso di una nuova mostra romana. Jenny Feldmann proponeva la  trasfigurazione del canone della natura morta a pochi passi dalla ‘classica’  pinacoteca di Palazzo Spada e una rappresentazione turgida e impietosa della sporcizia che inquina l’apparente rispettabilità della vita borghese. Ora, dopo essersi misurata con le partiture di Mahler, il ciclo Reise zu den Toten nasce nella suggestione di uno dei capolavori di Gerhard Roth dallo stesso titolo, punto terminale della serie Orkus iniziata nel 2013, una odissea psicologica ricca di angoscia, critiche e speranze attraverso il Paese e le sue contraddizioni. L’opera letteraria, fuori dagli schemi, unisce memoria e romanzo, satira e filosofia, disprezzo e speranza riflettendo sull’Austria di oggi che non ha saputo fare i conti con il passato  e si arrocca nel conformismo e nel silenzio.

 

Anche la vita artistica appare nel cono d’ombra di una ossessione minoritaria e conservatrice, appiattita nei giochi del potere e della assuefazione:
”Verrissen  - è scritto in Orkus - oder todgeschwiegen wuerde daher jeder Kuenstler in Wien, der ohne guten Draht, ohne Schutz dastehe, rief Bernhard sarkastisch lachend aus”. E questo dialogo di Razumovsky con Bernhard contenuto nel libro di Roth è per Jenny Feldmann il punto di partenza scritturale, ripetuto e trasfigurato nei quadri, per il suo personalissimo viaggio verso i morti.

 

Di questo viaggio sono protagonisti cavalli, fogge, forme e colori che si rincorrono in un tempo così sostenuto da impedire di fermarne i contorni e vibrano scomposti nell’aria e nelle emozioni.

Sono immagini in metamorfosi  che si trasformano nella corsa assumendo  forme impreviste e favolose. Spesso sembrano una maschera per  dei volti umani Gli occhi dell’animale si nascondono,  la sua fisionomia si ritrae quasi in tutti i dipinti allo sguardo dell’artista e dell’osservatore, mentre fisionomie e tratti antropomorfi sembrano non abbandonare l’animale-pretesto. Un animale che si nasconde, si aggrega e per correre verso una nuova apparenza, ma pure rimane radicato nel suo spazio, radicato nella vita. Umanizzante anche l’invito consegnato alle lettere ebraiche e latine a non dare dolcezza alle bestie – Troppo zucchero -, ricordo della saggezza dei padri che mescolano sempre il dolore alla gioia e consapevolezza della sofferenza che accompagna ogni viandante nel lungo viaggio verso i morti.

Variazione disturbante a questi quadri che vibrano sul filo della velocità e della metamorfosi e che, se subiscono l’attrazione della morte,  si scherniscono rifugiandosi nella precarietà ritmica delle forme e dei colori, sono le immagini di Reise zu den Toten – Special edition.  Tele di formato diverso e strette in uno stesso discorso figurativo che portano la concretezza nella trasfigurazione e segnando un limite, non solo allo spazio della loro corsa, ma anche alla meta tragica cui sembrerebbe tendere il loro viaggio. Attraverso l’uso di pochi e semplici materiali come il lino, la matita e il carbone, l’artista rappresenta un mondo di vibrazioni contratte e contenute, di trasformazioni impalpabili da seguire con perizia e avidità.  Il nero si rivela il filo conduttore dell’intero lavoro ma non in modo assoluto. Il monocromo lascia il posto alla materia e alla luce, a volte si cela dietro ad essa lasciandole lo spazio per emergere con forme e scie materiche più chiare che sembrano volere convivere con l’oscurità e imponendo la loro presenza nell’oscurità. Citata e guardata questa tenebra vibrante e composita non sembra incombere sul perpetuo movimento delle anime che lo abitano con le loro forze esili, ma in qualche modo vincenti.

 

Le immagini pittoriche non sopportano spiegazioni, ripete Jenny Feldmann, citando con convinzione Gerhard Richter:  “Man kan nicht sagen, was man sich dabei gedacht hat, weil malen ist eine andere Form des Denkens”. Afferma  che i quadri non vanno compresi –eppure le sue immagini si offrono ricche di senso e di segreti, nello stordimento della ripetizione e della velocità, nello stupore del contrappunto suggerendo percorsi associativi e viaggi interpretativi promettenti.

 

Virgilio Malvezzi, scrittore barocco, scriveva nel suo Tarquinio Superbo in un italiano antico: L'amore è  un filo di seta, che trattiene il cavallo, fino che non sente spronarsi da altra passione, che alhora, o lo rompe, o lo supera, e corre alla morte di colui, che lo regge, perché sono più possenti gli stimoli dell'ira, e i desideri della gloria, che gli affetti dell'amore. Animali senza briglia, scomposti e irrefrenabili narrano il fluire impetuoso della vita oltre i labirinti delle convenzioni. Come scriveva Jenni Feldmann nelle sue Arithmische Gedichte: “Den Absolutismus auf engen, holprigen….cita fino a ….mich”.

 

Reise zu den Toten  forse altro non è che la distruzione  di un ekliges Labyrint, di tutti i labirinti.

 

 

 

Prof. Ordinario Università di Siena Roberta Ascarelli
                                                   Oktober 2013

 

"A TRIBUTE TO FRANZ WEST"

here

© Jenny Feldmann

Druckversion | Sitemap
Jenny Feldmann